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Architetti al lavoro: non solo progettare case

Tempo di lettura: 6 minuti

Questo articolo nasce da una conversazione con una mia amica, Stefania. Stefania era in classe con me al liceo, poi si è iscritta ad architettura, si è laureata, infine (incredibile ma vero!) ha trovato un lavoro.

Ma un lavoro in un call center, o un lavoro da architetto?, chiederete voi. Un lavoro da architetto, vi rispondo io.

Ah, quindi disegna case, progetta grattacieli, quelle cose lì? No. Non disegna case né tanto meno progetta grattacieli.

Ma allora…?

Non case, ma convention

Avete presente quei grandi eventi che le aziende organizzano per presentare nuovi prodotti, far vedere agli altri quanto sono fighe e robe del genere? Un palco con qualcuno che parla, una platea, schermi che proiettano cose, elementi scenografici vari?

Ovvio, finché parliamo di un tizio con un microfono che proietta slide non ci vuole una laurea per organizzare le cose. Ma per eventi più complessi?

Come lo vogliamo fare il palco? Alto, basso, rotondo, rettangolare? Come lo rivestiamo? Ci mettiamo dei pannelli dietro? Di che materiale?

E se volessimo inserire degli elementi scenografici? Che so, qualcosa che cala dall’alto. O il palco che ruota. O il fondo che si apre, facendo entrare in scena l’ultimo modello di automobile da lanciare sul mercato.

E le sedie come devono essere disposte? Tutti sentiranno bene, o ci saranno dei problemi di audio? E le luci?

Insomma, parlando con Stefania mi sono resa conto che dietro a eventi del genere c’è tanto, tanto lavoro. E mi sono fatta raccontare qualcosa di questo mondo di cui lei fa parte.

allestimento
Immaginate di dover mettere in piedi una cosa così. Avete idea del lavoro che c’è dietro?

Partiamo dall’inizio

Come si organizza un evento del genere? Parliamo di presentazioni che durano un paio d’ore, ma dietro cui, spesso, c’è un lavoro di mesi.

Alla base di tutto c’è (ovviamente) un cliente con delle richieste: vogliamo fare un evento il giorno x, con tot persone. Forse abbiamo solo idee vaghe sulla scenografia, forse abbiamo già tutto in testa fino all’ultimo dettaglio.

Sì, ma a chi le fanno queste richieste?

A gente che fa questo di lavoro. Centri che hanno diverse sale a disposizione e un team di professionisti per allestirle.

Fase 1: la progettazione

Dicevamo, arriva la richiesta. Ci sarà da parlare di soldi, ma c’è anche da parlare di come realizzarla. C’è da fare una bozza. E qui entra in gioco Stefania (o chi per lei). Fa un progetto. Usa il suo software e tira fuori un disegno di come dovrebbe venire fuori il tutto.

Poi, visto che comunque le sue competenze sono limitate, lo passa ai tecnici. “Ragazzi, la scenografia è questa, vedete voi come sistemare luci e audio per far venire tutto bene”. E i tecnici fanno la loro parte, usano i loro software, aggiungono dei pezzi in più al progetto.

Di mezzo c’è poi anche un ingegnere, che si assicura che nulla di ciò che è stato progettato crollerà in testa a nessuno. Perché queste sono affermazioni che un architetto non può prendersi la responsabilità di fare.

Fase 2: la realizzazione

Abbiamo un progetto. Benissimo. Ora bisogna montarlo.

Questo non lo fa l’architetto, ovviamente, ma una squadra di allestitori, rigger (i.e. tizi che si arrampicano a montare strutture), facchini che aiutano nei trasporti.

Si parte dalle americane, quelle strutture in metallo su cui vengono montate le luci.

 

ring_americane
Stiamo parlando di questa roba qui

Poi si passa al backdrop, cioè, coprire il fondo della sala. Poi si può cominciare a montare il palco.

Sia palco che americane sono composti da pezzi che vanno incastrati tra loro. E vanno incastrati bene, in modo che tutto combaci, che la struttura regga. Se da bambini avete giocato qualche volta con i Geomag, pensate a tutte le costruzioni che vi sono venute sbilenche o instabili. Non è un lavoro banale. Ci vuole qualcuno che abbia studiato.

Avete montato il palco? Beh, ora lo dobbiamo rivestire. Di solito una moquette va bene. Magari il cliente è più esigente, e vuole che sia coperto anche davanti, lasciare la struttura a vista è brutto. Può essere un pannello di legno, può essere una cosa più elaborata, qualche striscia luminosa (quanto intensa? quanto spessa?).

Palco rivestito? Dai che ci siamo quasi. Mancano gli schermi. O i led, se vogliamo essere più sofisticati. Che in alcuni casi potrebbero anche muoversi a un certo punto della presentazione, aprirsi, cambiare inclinazione, quant’altro. E sono sotto forma di mattonelle da comporre, di dimensioni diverse a seconda del passo dei pixel che scegliamo, e sono pesanti, e dobbiamo assicurarci che la struttura su cui li montate regga.

Bene, il palco è pronto. Ora c’è da sistemare le sedie, vuoi mica che la gente stia in piedi, e un po’ di tempo ci vuole, perché sono tante e perché non si possono mettere come capita, bisogna essere precisi al centimetro. Quando sono file diritte va anche bene, gli emicicli sono più infami.

Ah, e poi mica ci sono solo le sedie. A volte dei tavoli. A volte delle postazioni dove puoi prendere un bicchier d’acqua, o trovi carta e penna, nel caso ci sia da prendere appunti.

Tutto questo processo dura circa una settimana.  Stiamo parlando di grandi eventi, ovviamente, per quelli piccoli tutto si risolve più in fretta.

La cosa però da tenere a mente è che, in tutto questo, i dettagli non vengono decisi a caso secondo l’estro di chi sta allestendo. C’è dietro un disegno preciso, un progetto studiato nei minimi dettagli.

Fase 3: l’evento

È arrivato il gran giorno! Centinaia di persone si riverseranno nella sala, ignari del lavoro fatto. Adesso va tutto in automatico?

Certo che no.

Dietro il pubblico, proprio come in teatro, c’è una regia. Gente che controlla i cambi di luci, l’audio, qualsiasi effetto speciale sia stato previsto.

E poi ci saranno delle pause, in cui il pubblico lascerà la sala e inservienti puliranno in fretta e furia dove ce n’è bisogno.

Ancora una volta, tanto lavoro e tanta gente che si dà da fare affinché tutto vada per il meglio.

evento_allestito

Sì, bravi tutti, ma noi stavamo parlando di architetti

E sono d’accordo con voi sul dedicare due parole in più alla figura dell’architetto in tutto ciò. Se non altro, perché Stefania è mia amica e gli altri non li conosco. Quindi, non solo voglio dedicarle più attenzioni, ma è anche la persona a cui ho avuto la possibilità di fare domande.

Le ho chiesto, per esempio, quanto di quello che ha studiato all’università le stia servendo per il lavoro che fa.

Hahaha, e me lo chiedi tu che all’università hai studiato matematica? avrebbe potuto chiedermi, ma non l’ha fatto perché è mia amica. In ogni caso la risposta è molto poco.

All’università ha imparato a usare il software con cui lavora e poco di più. Quando è stata assunta, la maggior parte delle cose erano per lei nuove. A dirla tutta, prima al suo posto c’era gente che una laurea in architettura non ce l’aveva affatto.

Però, una marcia in più rispetto ai suoi predecessori Stefania ha l’impressione di averla. Credo che valga per lei un po’ quello che io mi sono sentita ripetere più volte studiando matematica:

Delle cose che studiate qui, nel mondo del lavoro non vi servirà quasi nulla, ma sarà apprezzata la forma mentis che state sviluppando.

Un architetto ha facilità a mettere a fuoco la visione d’insieme del progetto a cui deve lavorare, senza perdersi sui dettagli. È abituato a fare attenzione che le misure dei suoi disegni siano precise e corrette. Non è un ingegnere, ma ha comunque fatto degli esami che gli permettono di avere le idee abbastanza chiare su quali materiali possono funzionare dove e quali no.

Un ripiego?

Qualcuno potrebbe dire Sì, però non è un vero lavoro da architetto, insomma, non fai né case né grattacieli, è un po’ per architetti sfigati che non ce l’hanno fatta, no?

Non so se ci avete fatto caso, ma siamo nel 2018, non negli anni Sessanta. In Italia, e in generale in Europa, si costruisce poco e l’architetto “classico” lo fanno in pochissimi. La maggior parte dei laureati in architettura finisce a fare lavori diversi. A progettare oggetti di design, o comunque interni, a occuparsi di illuminazione, cose di questo tipo.

Di certo, Stefania mi è sembrata molto contenta di quello che fa:

“Si tratta di un lavoro dinamico e trasversale che ti permette di vedere realizzati nell’immediato i tuoi progetti.”

2 Comment

  1. “mi sono resa conto che dietro a eventi del genere c’è un tanto, tanto lavoro”

    E grazie a quell’ un di troppo, anche oggi non resto disoccupato.
    Anzi, oggi mangio grasso:

    “Parliamo di presentazione che durano un paio d’ore”

    Una presentazione, dura. Due o più presentazioni, durano.

    ” Stiamo parlando di grandi eventi, ovviamente, per quelli piccoli tutto risolve più in fretta”

    Magari si potrebbe chiudere un occhio, ma perché non far felici le colleghe siciliane mobbizzate nel tempo*? Tra quel “tutto” e quel “risolve”, un “si” non vogliamo mettercelo?

    ————–

    E adesso un simpatico commento sul contenuto:

    “Di mezzo c’è poi anche un ingegnere, che si assicura che nulla di ciò che è stato progettato crollerà in testa a nessuno”

    Ah, ecco: gente seria ce n’è anche lì, per fortuna….

    *Ti saluta Francesca. E no, lei non c’entra con il mio stile simpatico e accattivante
    😉

    1. E niente, stavolta ho perso colpi e fatto un po’ di sviste. Ma adesso ho corretto tutto.

      E sì, meno male che il mondo non è lasciato nelle mani di gente senza una laurea tecnico-scientifica… 😛

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