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Io e i miei pregiudizi letterari (recensione di “Seta” di Alessandro Baricco)

Tempo di lettura: 3 minuti

Tutto è iniziato lo scorso 4 marzo.

No, le ultime elezioni politiche non c’entrano niente, solo una coincidenza. Perché nello stesso giorno in cui ho messo una X con pochissima convinzione, giusto per sentirmi la coscienza a posto in fatto di doveri civici, mi è arrivato anche un messaggio di un mio amico:

Maaaaa tu hai mai letto Seta? 

[con questo esatto numero di ‘a’]

Io ho risposto che di Baricco non avevo mai letto niente, perché avevo dei forti pregiudizi. Ma lui ha insistito dicendo che voleva sapere un mio parere. Così, già che il libro era breve e avevo un buono Feltrinelli che mi avanzava, l’ho preso e letto. Ma con calma.

Addirittura, hanno fatto prima a formare il nuovo governo.

Io e i miei pregiudizi su Baricco

Sapete come funziona, no? Ci sono autori che, non sai bene neanche tu perché, non vuoi leggere. Magari hai sentito una volta un tuo amico parlarne male. O una persona che ti sta antipatica parlarne bene. O non ti ispira, così, senza particolare motivo.

Insomma, io con Baricco ero in una situazione simile. Avevo quest’idea dello scrittore che se la tira tantissimo. Mi avevano detto che aveva uno stile esageratamente ricercato. Ero convinta che non facesse per me. E non avevo tutti i torti.

Metto le mani avanti: i gusti son gusti e ci mancherebbe altro. Oggettivamente, non posso dire che Baricco scriva male. A suo modo, è molto, molto bravo.

Seta Baricco

Libri “ben scritti”

Cosa intendo con “a suo modo”? Beh, che ci sono due diverse filosofie su cosa voglia dire scrivere bene. Secondo la prima, un libro è ben scritto se tu, mentre lo leggi, pensi “cavoli, questo sì che scrive bene“. Secondo la seconda, un libro è ben scritto se tu, mentre lo leggi, nemmeno ti accorgi di come è scritto, perché sei troppo immerso nella lettura.

Nel primo caso, parliamo di “prosa lirica“. Tante metafore, immagini ricercate ed evocative, stile raffinato. Nel secondo, di “prosa invisibile“. Stile asciutto, preciso, semplice. Che non è affatto detto sia più facile da scrivere del primo.

Cioè, a dir la verità non sono così sicura di quanto sia usato il termine “prosa invisibile”. Però l’ho sentito usare una volta (tra l’altro in inglese) e mi è piaciuto un sacco.

Di solito, la prosa invisibile va per la maggiore nella narrativa di genere, dai thriller ai fantasy, o comunque filoni con una tradizione più “di intrattenimento” e meno “letteraria”. Ma erano di questa scuola anche personaggi come Orwell e Calvino, quindi non proprio gli ultimi arrivati.

Ovviamente, la maggior parte degli autori si colloca da qualche parte nel mezzo. Magari la prosa è per lo più asciutta, ma qualche sviolinata di immagini evocative e metafore ardite in punti strategici ce la si lascia scappare.

Baricco è molto poco intermedio e ha una prosa molto ricercata. Che può piacere o meno. A me non fa impazzire, ma sono gusti.

Due parole su Seta

Tanto per cominciare, chiudo il discorso iniziale dicendo che il mio amico voleva un parere per lo più su una scena specifica, che alcune persone che conosce hanno trovato “pornografica e fuori contesto”. Io diciamo che non la metterei tra le letture consigliate in seconda media, ma non l’ho trovata particolarmente gratuita né fuori contesto.

Per il resto, che dire?

Seta è la storia di un commerciante di (non indovinerete mai!) seta, che da un paesino della Francia compie diversi viaggi in Giappone per comprare uova di bachi. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, il Giappone è ancora molto chiuso agli stranieri, vendere loro uova di baco da seta è reato, e c’è pure qualche problemuccio di ordine interno.

Detta così, la storia di Hervé (questo il nome del protagonista) potrebbe sembrare una storia di viaggi e avventure.

Invece no.

I viaggi attraverso mezzo mondo sono sempre riassunti in due righe. Il punto centrale è che, nonostante abbia a casa una moglie adorabile, Hervé rimane affascinato da una misteriosa ragazza che accompagna il potente giapponese da cui compra le uova di contrabbando. Tanto da insistere a voler tornare in Giappone anche quando tutto sommato per le uova si può trovare un’altra soluzione.

Una chiave di lettura

Hervé e la moglie si amano. Su questo, non sembrano esserci mai dubbi. Quella della ragazza giapponese (che però ha occhi dal taglio non asiatico) è una figura talmente misteriosa ed eterea che a tratti ci si chiede quasi se sia reale.

Per tutto il romanzo, Hervé viene descritto come un uomo pacato, tranquillo, che si lascia trascinare passivamente dagli eventi, privo di particolari ambizioni. La ragazza sembra quasi incarnare il fascino dell’esotico, è tutto ciò che lo spinge a voler di nuovo lasciare la vita di paese per viaggiare verso luoghi lontani.

Insomma, viene quasi il dubbio che Hervé, più che dalla ragazza, sia attratto da ciò che rappresenta.

2 Comment

  1. Che amico! Ti fa comprare un libro di un autore che manco ti piace per sapere di una scena piccante.. Almeno poi ti ha offerto da bere?

    1. Gli dirò di farlo quando lo vedrò. Anche se in verità sono stata babba io a dargli retta.

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