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Recensioni

Quando una pecora cambia la vita (recensione di “Nel Segno della Pecora” di Murakami)

Tempo di lettura: 3 minuti

Ne ho già parlato a proposito del romanzo coreano Atti Umani: la letteratura asiatica ha un qualcosa di diverso da quella a cui siamo abituati noi. C’è sempre un senso di inevitabiltà nelle vicende dei personaggi, come se ogni loro scelta, anche la più assurda, fosse l’unica possibile. La sensazione è un po’ quella che si prova in certi sogni e crea una vaga patina di irrealtà.

Quando poi l’autore asiatico in questione è Haruki Murakami, beh, altro che patina di irrealtà. Mediamente, la reazione durante la lettura oscilla tra momenti “wow, questo sì che è un bel libro” e altri “ma che è ‘sta roba?

libri murakami

L’ultimo libro che ho letto: Nel segno della Pecora

Nel Segno della Pecora viene pubblicato per la prima volta nel 1982 ed è uno dei primi romanzi di Murakami. Che per chi non lo conoscesse, è un autore giapponese, nato nel 1949, che ha venduto un sacco di copie (tra i romanzi più famosi, Norwegian Woods, Kafka sulla spiaggia, 1Q84) e ottenuto un sacco di riconoscimenti (qualcuno lo dava addirittura in aria di premio Nobel, che però nel 2017 andò al conterraneo Kazuo Ishiguro).

Protagonista di Nel Segno della Pecora è un trentenne che ha da poco divorziato dalla moglie e gestisce un’agenzia pubblicitaria insieme a un amico alcolista. La sua vita viene sconvolta prima dall’incontro con una ragazza dalle orecchie bellissime e strani poteri, ma soprattutto quando misteriosi e inquietanti personaggi lo costringono a partire alla ricerca di una pecora con poteri ancora più misteriosi. Più precisamente, di una pecora con una macchia a forma di stella sulla schiena, che “entra” nelle persone e le manipola per i suoi scopi.

Tutto chiaro, no?

pecora
Illustrazione dell’uomo pecora all’interno del libro

Ah, e non veniamo mai a sapere il vero nome del protagonista né di nessun altro personaggio. Lui parla in prima persona, gli altri sono”la mia ragazza”, “il mio socio”, “il Maestro”, “l’autista”, “il Sorcio”, “il Professor Pecora”, “l’uomo Pecora”. L’unico a ricevere un nome proprio è il gatto, ma non prima che il protagonista abbia provato a opporsi. A onor del vero, sul tema”dare nomi” vengono fatti un paio di discorsi di un certo spessore che però non sto a riportare.

Significati simbolici?

Interpretare i romanzi di Murakami mi mette sempre in difficoltà. C’è una profusione di elementi totalmente onirici/surreali, e viene difficile pensare che siano fini a se stessi. Ci sono poi rimandi molto chiari a miti della tradizione Occidentale (per esempio Kafka sulla spiaggia ha pesanti riferimenti al mito di Edipo) e ne ho trovati anche alcuni ai pochissimi miti giapponesi che conosco. È quindi molto ragionevole pensare che ci siano una sfilza di altri riferimenti alla tradizione asiatica che a me sfuggono.

Parlando nello specifico di Nel Segno della Pecora, qualche vaga idea di simbologia io me la sono fatta, ma ho molti dubbi al rigurado.

Quello di cui però sono certa è che siamo davanti a una storia di riscatto. Abbiamo un protagonista che, sebbene ancora giovane, sembra essere giunto a un punto morto della sua esistenza. Nel corso del romanzo, viene spinto a staccarsi dalla sua vita attuale per cercare qualcosa. In seguito, gli viene imposto di contare solo su se stesso per trovare questo qualcosa, di isolarsi per alcuni giorni da tutto e da tutti, di recuperare elementi positivi dal suo passato.

Il viaggio alla ricerca della pecora assume insomma una valenza di viaggio interiore e la fine del romanzo coincide con un nuovo inizio per il protagonista.

Nel Segno della Pecora

Due parole conclusive

Consiglio Murakami, e in particolare questo romanzo, a chi ha voglia di “qualcosa di diverso”.

È un romanzo scritto benissimo, con un qualcosa di ipnotico che ti tiene lì incollato a leggerlo anche se sei molto confuso su cosa stia succedendo. Perché, ripeto, cimentarsi in questa lettura vuol dire condannarsi a un senso di straniamento dall’inizio alla fine e, come dicevo all’inizio, un po’ di momenti “che è ‘sta roba?”. 

Non me la sento di affermare che sia una lettura impegnativa/difficile. O meglio, lo sarebbe se uno partisse con l’idea di capire tutto per bene. Ma è un approccio che sconsiglio.

2 Comment

  1. Ah no, il giapponese onirico no, mi rifiuto.

    Che se me lo prende il figlio, poi mi tritrovo a studiare tutta la letteratura orientale

    1. No, per tuo figlio meglio di no. Cioè, questo ancora ancora, ma altri di Murakami hanno contenuti per cui non dico di aspettare i 18 anni, ma almeno i 15-16 sì.

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