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Corea del Sud, 1980 (recensione di “Atti Umani” di Han Kang)

Voglio cominciare questa sezione parlando di un romanzo che ho letto da poco e mi è piaciuto davvero tanto.

Un paio di mesi fa, ero alla Feltrinelli a spendere un buono acquisto che mi avevano regalato, quando l’occhio mi è caduto su un libro nella sezione “Novità”. Era Atti Umani, dell’autrice coreana Han Kang, edito da Adelphi.

Inizio a leggere la quarta di copertina:

Una palestra comunale, decine di cadaveri che saturano l’aria di un «orribile tanfo putrido». Siamo a Gwangju, in Corea del Sud, nel maggio del 1980: dopo il colpo di Stato di Chun Doo-hwan, in tutto il paese vige la legge marziale. […]

Ora, probabilmente tra voi che leggete ci sarà qualcuno che il 1980 se lo ricorda. Io invece sono nata nel ’91 e nella mia testa, alla voce “Corea del Sud”, c’era la guerra a inizio anni Cinquanta e poi c’erano un po’ di miei coetanei coreani che mi è capitato di conoscere: ragazzi che parlano un buon inglese, con un retaggio culturale un po’ diverso dal nostro, ma che vivono in modo molto simile a noi occidentali. Inconsciamente, davo per scontato che gli anni Ottanta in Corea del Sud fossero stati un periodo relativamente tranquillo e simile agli anni Ottanta in Europa.

E invece, colpi di Stato, regimi militari, stragi di civili, condizioni di lavoro disumane per gli operai (e ancor più per le operaie).

Ok, a ben guardare un po’ di cose brutte negli anni Ottanta succedevano anche da noi, ma la gente andava in giro vestita in modo improbabile e la musica metteva un sacco allegria, insomma, nella mia testa gli anni Ottanta erano un periodo bellissimo, ovunque.

Gwangju
La città di Gwangju, dove si è svolto il massacro di civili nel 1980

Ma veniamo alla recensione

Dicevamo: all’inizio ho comprato il libro per curiosità, perché parlava di un argomento che ignoravo del tutto. Poi però mi è anche piaciuto dal punto di vista artistico.

In verità, non proprio subito.

Ricordo quando l’ho iniziato: stile molto lirico e, soprattutto, seconda persona singolare. E per carità, limite mio, ma io la seconda persona singolare faccio davvero fatica a digerirla. Avevo letto una pagina e già pensavo “Nooo, che palle, chi me l’ha fatto fare di comprarlo?”.

Invece poi le cose sono andate meglio. Il romanzo è diviso in sei parti più un epilogo, ognuna dedicata a un personaggio diverso. In alcune viene usata la seconda persona, in altre la prima e in altre la terza. Detta così sembra un mischione orrendo, invece la cosa è gestita molto bene e l’effetto finale dà un particolare senso di coralità.

Ma soprattutto, la cosa micidiale è l’intensità emotiva.

Atti umani cover

Di cosa parla esattamente il romanzo

L’arco temporale di “Atti Umani” va dal 1980 al 2013. Le prime due parti parlano della rivolta di Gwangju, quelle successive presentano personaggi che a distanza di anni fanno ancora i conti con i ricordi terribili di quei giorni. Persone che hanno visto amici o parenti brutalmente uccisi, persone che sono state arrestate e torturate. Uomini e donne che non sono più riusciti a recuperare un’esistenza serena, giovani che si sono trasformati in ombre di se stessi. Un crescendo di pugni allo stomaco man mano che gli anni passano ma i personaggi non riescono ad andare avanti.

C’è poi un altro aspetto che ti spezza il cuore, legato a quella che secondo me è una caratteristica abbastanza generale della letteratura asiatica rispetto a quella europea.

I personaggi non sono eroi. Non lo sono mai stati. Hanno compiuto gesti di grande coraggio, hanno messo in pericolo la propria vita in nome di ideali, ma il tutto è sempre pervaso da un senso di inevitabilità. Ogni azione sembra fatta perché, in quel particolare momento della sua vita, il personaggio non poteva fare altro. Non c’è mai nessun tormento nelle decisioni, nemmeno in quelle più drammatiche. Ed è come se questo rendesse il dramma più sfocato nei suoi contorni, ma allo stesso tempo più doloroso nella sua ineluttabilità.

Insomma, oltre ad avermi fatto scoprire cose che non conoscevo, a me ha commosso, nel senso che mentre leggevo il finale ero completamente in lacrime.

Conclusione

Se vi capita, leggetelo. Assolutamente. Lo stile, soprattutto all’inizio, è un po’ pesante, ma ci si abitua, e comunque il libro è abbastanza breve (poco più di duecento pagine). Insomma, ne vale la pena.

L’ho già detto che mi è piaciuto?

Link vari

Qui il libro nel catalogo dell’editore.

Qui la pagina italiana di Wikipedia sul massacro di Gwangju (un po’ scarna) e qui quella, decisamente più esaustiva, in inglese.

 

1 Comment

  1. Ah, ma questa è roba seria… Io negli anni 80 c’ero, ma la Corea era lontana – d’altronde, si viveva circondati da gente a volte vestita in modo improbabile, e si avevano anche i nostri guai, anche se gli anni di piombo stavano finendo. Forse era soprattutto quello: alcuni di noi volevano solo andare in discoteca, non in piazza a prendere (o dare) manganellate per conto terzi…

    Mi sono segnato il libro.

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